Riccardo Muti
Schubert, Dvořák

Palermo, Teatro Massimo | 28 marzo 2021 | ore 11:00

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
direttore Riccardo Muti

Franz Schubert (1797-1828)
Sinfonia n. 3 in re maggiore, D 200 (1815)
Adagio maestoso. Allegro con brio
Allegretto
Minuetto: Vivace. Trio
Presto vivace

Antonín Dvořák (1841-1904)
Sinfonia n. 9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo” op. 95 (1893)
Adagio. Allegro molto
Largo
Scherzo. Molto vivace
Allegro con fuoco

in collaborazione con Ravenna Festival e RMMUSIC

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Secondo il parere della musicologia non è nelle sinfonie – a parte i capolavori della maturità, la celeberrima Incompiuta e la Grande – che si manifesta l’indiscutibile genio di Schubert: certo se ben presto dai suoi Lieder emerge una nuova inconfondibile sensibilità, le sei sinfonie della prima giovinezza composte tra il 1813 e il 1818 sembrano invece rispecchiare una fede classicista, secondo un modello che ancora si rifà allo spirito di Haydn e di Mozart. In esse insomma non appaiono ancora espliciti quello spessore espressivo e quella riflessione sulla forma che innervano l’essenza delle sue opere sinfoniche più tarde. Al tempo stesso, però, non mancano soluzioni formali e profili melodici che riconosciamo come profondamente “schubertiani”: in questa Terza sinfonia, germogliata quando ancora il compositore era costretto agli impegni di maestro di scuola, saltano subito all’orecchio la vena cantabile e la freschezza dell’invenzione melodica, che si dispiegano dopo l’inquieto Adagio introduttivo, tanto che oltre alle inflessioni danzanti tipicamente viennesi più osservatori quasi vi intravedono un piglio rossiniano.
Era il 1815 e l’ispirazione di Schubert diciottenne si esprimeva senza rispondere ad alcun committente: non si ha, infatti, notizia certa di esecuzioni di questa Terza se non verso il calare del secolo, nel 1881 a Londra. Non sarà così invece per Antonín Dvořák e per la sua celeberrima sinfonia Dal Nuovo Mondo che vedrà la luce poco più di dieci anni dopo quella prima schubertiana, nel 1893, dall’altra parte dell’Atlantico.
A New York il compositore boemo era approdato da un anno, su invito di Jeannette Thurber, consorte di un ricco commerciante e fondatrice del Conservatorio di quella città, convinta che solo un illustre musicista europeo avrebbe potuto dare una spinta propulsiva alla formazione dei giovani studenti della sua nuova scuola musicale. Allettato dalle idee illuminate della mecenate, nonché da un compenso decisamente superiore a quanto si potesse mai immaginare in Europa, Dvořák entra ben presto in contatto con il patrimonio folklorico americano, sia con il repertorio spiritual che con quello dei nativi, e nel maestoso affresco che debutta con successo inequivocabile alla Carnegie Hall ne trasfonde significativi frammenti accostandoli a evocazioni del mondo musicale popolare del vecchio continente, in particolare quello boemo a lui tanto caro. Così, sull’impronta di una scrittura sinfonica “tedesca”, brahmsiana, il vecchio maestro ritrova freschezza espressiva e travolgente incisività melodico-ritmica, esaltate dalla ciclicità e da una accumulazione tematica che – forti di un’orchestrazione impeccabile – sfociano nell’apoteosi di un finale trascinante.

Programma e organico orchestra