Rocca Brancaleone

Disponibile fino al 25 luglio

Il Trionfo del tempo e del disinganno
(HWV46a) Oratorio in due parti su testo di Benedetto Pamphilj

Accademia Bizantina
Alessandro Tampieri concertmaster
Mria Grokhotova, Lisa Ferguson violini I
Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Sara Meloni violini II
Marco Massera, Alice Bisanti viole
Alessandro Palmeri, Paolo Ballanti violoncelli
Nicola Dal maso, Giovanni Valgimigli violoni
Tiziano Bagnati liuto
Alberto Guerra fagotto
Gregorio Carraro, Rei Ishizaka oboi e flauti
Stefano Demicheli organo

Ottavio Dantone cembalo e direzione

Piacere Emmanuelle de Negri soprano
Bellezza Monica Piccinini soprano
Disinganno Delphine Galou contralto
Tempo Anicio Zorzi Giustiniani tenore

È l’estate del 1707 quando i romani ascoltano il primo oratorio del ventiduenne Georg Friedrich Händel, su libretto del cardinale Benedetto Pamphilj. Bellezza vive secondo le regole del Piacere, finché Tempo e Disinganno non la inducono ad accettare la caducità delle cose. Quattro personaggi allegorici per un manifesto di austerità che porta l’eco della Controriforma. Il luterano Händel si fa conoscere così all’Italia, dove rimarrà fino al 1710 toccando mete obbligate (Firenze, Venezia, Napoli), prima di mettere radici definitive a Londra. Ma su questo oratorio continuerà a lavorare per mezzo secolo. Ne appronta diverse versioni, dal 1737 al 1757, due anni prima di morire. Per questo, Il Trionfo del Tempo e del Disinganno può essere considerato l’alfa e l’omega della sua produzione oratoriale. Pochi dubbi sul fatto che sia un capolavoro: nella sua prima opera in italiano per il mercato inglese, Rinaldo (1711), Händel travasa l’aria più famosa del suo oratorio, “Lascia la spina”, poi cambiata in “Lascia ch’io pianga”. Dall’Italia trae indicazioni fondamentali sull’uso degli archi e della vocalità, tesse relazioni e guadagna crediti che potrà spendere quando, da produttore e impresario di sé stesso, metterà in scena le sue opere, fino al fatidico 1742, l’anno del Messiah, che segna il ritorno in auge dell’oratorio, un genere snello, economico, affrancato dai capricci delle star del canto e dalle esigenze sceniche. Una panacea per le casse del compositore-imprenditore. Alla sua morte, Händel lascerà un tesoro di 17.500 sterline, 2.2 milioni al cambio attuale.